Ma quale festa del papà? Cgil in campo per la parità

«Senza condivisione dei lavori di cura, non si potrà mai avere la vera parità di genere, non si potrà garantire uguali opportunità di accesso al mondo del lavoro e il lavoro delle donne non sarà mai sullo stesso piano d’importanza rispetto a quello agli uomini». Daniela Duz, responsabile pari opportunità e politiche del lavoro della segreteria Cgil Fvg, spiega così il senso della campagna campagna dal titolo “Ma quale festa del papà?”, promossa in occasione del 19 marzo dal coordinamento Belle Ciao della Cgil nazionale, insieme a Udu e Rete degli Studenti.

Rafforzare gli strumenti legislativi e contrattuali che promuovono la condivisione tra padri e madri della cura dei figli e dei carichi familiari. Chiedere più asili nido e più servizi alle famiglie. Combattere gli stereotipi e i retaggi sociali e culturali che continuano a penalizzare le donne nella vita e nel lavoro. Questi gli obiettivi che si prefigge l’iniziativa, promossa per denunciare, una volta di più, i pesanti divari tra Italia ed Europa su diversi aspetti fondamentali per favorire una reale uguaglianza di opportunità tra uomo e donna rispetto alla cura e all’educazione dei figli.
«La Cgil Fvg – spiega ancora Duz – aderisce a una campagna che tocca temi e situazioni concrete, mettendo a nudo quanto l’attuale Governo stia facendo, o meglio non stia facendo, per contrastare le disuguaglianze e gli stereotipi di genere. Creare servizi e norme a sostegno della genitorialità significa intervenire concretamente sulle leve del cambiamento culturale per raggiungere gli obiettivi di parità effettiva senza riempirsi la bocca di inutili e vuote parole. Da qui lo slogan “Ma che festa del papà?”: se le leggi non fanno in modo che il ruolo di padre sia svolto in modo pieno e responsabile, che senso ha parlare di festa del papà?

Al centro della campagna la richiesta di misure concrete per favorire la genitorialità condivisa e un salto di qualità sulla strada delle pari opportunità. A partire dal congedo di paternità, strumento sul quale l’Italia segna pesanti ritardi. Il nostro Paese, infatti, riserva ai padri solo 10 giorni di congedo, a fronte dei 5 mesi delle madri, mentre Paesi come la Spagna hanno già equiparato i permessi a 16 settimane per entrambi e diversi altri, come Finlandia e Svezia, mettono in campo diversi strumenti per promuovere la parità e l’occupazione femminile.

Fortissime carenze anche sul fronte degli asili nido. Secondo l’Istat (2024) i posti coprono solo il 31,6% dei bambini e delle bambine, lontano dall’obiettivo Ue del 45% e con drammatici divari territoriali: se al Nord i nidi sono più diffusi, in alcune regioni come Sicilia (13,9%) e Calabria (15,7%) sono un miraggio, lasciando sole le famiglie e costringendo decine di migliaia di donne a  sacrificare il lavoro.

Altro ritardo dell’Italia quello dell’utilizzo del congedo parentale facoltativo da parte degli uomini: solo il 20% dei lavoratori padri, infatti, ne fa uso. Questo dato riflette una visione arretrata, che delega la cura dei figli quasi esclusivamente alle madri, ma rispecchia anche le pressioni di un mondo del lavoro che spesso ostacola o stigmatizza gli uomini che richiedono questo diritto. Non bastano i bonus: serve educazione affettiva e di genere nelle scuole per smontare gli stereotipi e accompagnare le nuove generazioni sulla strada della condivisione.