Ronchi, la privatizzazione sarebbe la strada sbagliata

L’idea che la
soluzione dei problemi dell’aeroporto di Ronchi debba essere la privatizzazione, come ipotizzato oggi sul Piccolo,
non solo non ci convince ma ci vede nettamente contrari anche per le sue
caratteristiche, per le sue attuali
dimensioni e le difficoltà in cui si trova dopo anni di cattiva gestione.
Il lascito
della passata gestione è davvero pesante sia sotto il profilo
economico-finanziario che quello industriale e commerciale che ha determinato
la dichiarazione dello stato di crisi da parte della nuova dirigenza.
Negli
ultimi mesi ci sono stati diversi importanti interventi sull’organizzazione
produttiva dell’azienda: l’internalizzazione di alcune attività (il trasporto
delle persone a ridotta mobilità e l’intervento dei falconieri) passate ai
dipendenti della società di gestione e un taglio secco di 9 persone, con un
abbattimento dei costi di diverse centinaia di migliaia di euro, gli accordi
sindacali che hanno comportato la messa in mobilità di 12 persone, un contratto
di solidarietà con la riduzione dell’orario e un accordo sulla flessibilità
degli orari.

Quanto a
sacrifici il sindacato e i lavoratori stanno facendo abbondantemente la loro
parte. Hanno fatto un patto con la dirigenza e l’azionista sulla base del piano
industriale che è impegnativo e che deve portare l’aeroporto fuori dalle
secche. La dirigenza è chiamata a rispettare gli accordi e i patti
sottoscritti, la Regione
a confermare il ruolo pubblico dello scalo. La disputa sul nome francamente,
con tutto il rispetto per chi vi è coinvolto, non ci appassiona per niente: i
problemi sono altri!

Ribadiamo che
non siamo d’accordo con chi afferma che la soluzione dei problemi
dell’aeroporto debba essere necessariamente la cessione, o privatizzazione che
dir si voglia. Questo per almeno tre buoni motivi. Primo perché anche in
regione ci sono diversi esempi di aziende pubbliche o a maggioranza pubblica,
anche di trasporto, che funzionano benissimo, fanno utili e distribuiscono
dividendi agli azionisti pubblici: riteniamo che possa essere così anche per
l’aeroporto, e molto dipende dal management. Secondo perché le aggregazioni
hanno quasi sempre portato a un impoverimento del traffico degli scali
acquisiti, con effetti pesanti anche sul lavoro e sull’occupazione. In terzo luogo
dubitiamo fortemente che, senza un forte controllo pubblico, lo scalo regionale
possa conservare e sviluppare un ruolo strategico e centrale per la comunità
del Friuli Venezia Giulia (e non solo).
Se Ronchi vuole
davvero invertire la rotta, bisogna lavorare per creare le condizioni di
contesto per un potenziamernto dei traffici, a partire dall’intermodalità dei
trasporti e da un migliore sfruttamento delle potenzialità turistiche (mare,
montagna, enogastronomia, crocieristica, viaggi business e congressi). Se invece qualcuno immaginasse di percorrere
scorciatoie come la vendita, magari a buon mercato, sarebbe probabilmente
l’inizio della fine dello scalo e del trasporto aereo in Friuli Venezia Giulia.
Valentino Lorelli, segretario regionale Filt Cgil